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Posta a pochi
chilometri dal mare, la contrada Santa Venera al Pozzo,
ricadente nel territorio comunale di Acicatena,
comprende un'area demaniale nella quale si trovano la
piccola e antica chiesa dedicata a Santa Venera, filiale
della chiesa matrice di Aci S. Filippo, i resti di un
complesso termale di età romana, e la sorgente delle
acque che alimenta il centro termale gestito
dall'Azienda Regionale delle Terme di Acireale.
La chiesa di
Santa Venera, che dà il nome alla contrada, è detta
molto antica. L'esistenza di un culto in età bizantina
attende conferme da ulteriori indagini archeologiche e
ricerche d'archivio, mentre è certa la notizia che la
vuole fondata nel XIV° secolo dalla regina Eleonora.
Subì nel tempo molti rifacimenti: nell'opera del
cappuccino Anselmo Grasso, oltre all'interessante
notizia di una ricostruzione avvenuta tra il 1620 e il
1629, si trova una accurata descrizione della chiesa e
dell'area circostante. Si legge, infatti, come il
complesso degli edifici dislocati tra le antiche vie
Pescaria e Reitana sia da identificare con l'antico
"spedale di Santa Venera", vicino al quale sono due "stanziole a
volta" per i salubri bagni nell'acqua sulfurea che
vi giunge sgorgando da una fonte vicina detta "pozzo
di Santa Venera". Oltre ai fabbricati descritti si
vede..."anco nel medesimo luogo un altro gran
fondamento di muro massiccio, e quadrato di palmi
quaranta, che dimostra essere stata qualche gran
Torre...". Dal manoscritto
"Descrizione dello stato di Aci S. Antonio e Filippo e del Castello di
Aci..." del vicario Alfio Rossi, vissuto nel XVIII
sec., si apprende che, al tempo di Alfonzo il Magnanimo,
date le terre di Aci a Ferdinando Velasquez per
diecimila fiorini, fu istituita nel 1422 una fiera
franca presso la chiesetta di Santa Venera "ove
esiste un pozzo di acque termali". Tale fiera si
tenne nel piano di Santa Venera fino a quando, nel 1647,
le terre di Aci furono divise in due possedimenti: a
nord le terre di Giuseppe Emanuele Massa di Aci e a sud
quelle date alla città di SS. Antonio e Filippo. Lungo
il confine si trovavano quindici mulini "governati
dalle acque della Reitana", l'ultimo dei quali diede
il nome al Capo dei Mulini; essi furono divisi
assegnando sette mulini e mezzo ad Aci Reale ed
altrettanti ad Aci S. Antonio e Filippo. Un mulino,
quello dei monaci, serviva a mesi alterni le due città.
Dell'edificio termale antico, notissimo per tutte le notizie esistenti
nelle fonti scritte e documentarie a partire dal XVII
secolo ad oggi, il nucleo più significativo continua ad
essere costituito ancora oggi dai due ambienti con
copertura a botte. Il primo a darne notizia fu
proprio Anselmo Grasso che, devoto ammiratore di Santa
Venera, ne riferisce a proposito della Sua opera di
Santa infermiera.
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